domenica 8 novembre 2009

“SI CHIAMAVA PETRONILLA” di Giuliana Roselli

In occasione di UMBRIA LIBRI 2009, il 12 Novembre 2009 alle ore 16:00 presso la Sala Cannoniera – Rocca Paolina -Perugia, con il Patrocinio del Centro per le Pari Opportunità della Regione Umbria sarà presentato il romanzo “Si chiamava Petronilla” di Giuliana Roselli, Casa Editrice La Rocca. Interverranno con l’autrice la Dott.ssa Vera Magini che coordinerà l’incontro; l’On. Katia Bellillo e Presidente dell’Associazione Ossigeno , la Dott.ssa Daniela Albanesi Presidente del C.P.O. della Regione Umbria e la Dott.ssa Stella Cerasa vice direttore della Caritas diocesana perugina.
Si chiamava Petronilla è uno sguardo sull’evoluzione della condizione femminile attraverso la vicenda personale di Adua detta Ada, una donna che per più di trenta anni ha insegnato il rispetto dell’individuo, al di là delle differenze, nella convivenza sociale. Narrando la propria storia, e collocandola nel tempo, Adua detta Ada realizza che la situazione delle donne non è mai realmente cambiata: è stata ed è una realtà di violenza.In sessant’anni di vita, la protagonista ha immaginato un futuro “fantascientifico”, per poi osservarlo diventare dapprima realtà, quindi passato, nella frustrazione di un progresso che non ha significato superamento delle discriminazioni contro le donne.
Giuliana Roselli si è dedicata all’insegnamento con passione e professionalità sin dal 1970, assolvendo il ruolo di Vicario del Dirigente per 22 anni e quello di Figura obiettivo. Con le sue classi e nel suo plesso ha realizzato progetti culturali ai quali hanno collaborato la Provincia, il Comune, la V Circoscrizione di Ponte Pattoli ed altri Enti. Si è dedicata con costanza all’aggiornamento delle proprie competenze, grazie alle quali ha collaborato, e continua tutt’ora a collaborare, con la Casa Editrice Cetem di Milano alla produzione di testi scolastici sussidiari, inerenti le discipline di storia, geografia, scienze per le classi quarta e quinta elementari, dei quali è attualmente in corso di pubblicazione la terza edizione.Da quando è in pensione, oltre a dedicarsi ai testi didattici, ha deciso di coltivare la propria passione per la “scrittura”.Si chiamava Petronilla è il suo esordio letterario nella narrativa.

lunedì 20 luglio 2009

DIAMO OSSIGENO AI DIRITTI E ALLE PARI OPPORTUNITA’

Il Consigliere di parità: chi è questo sconosciuto.
L’Italia ha un’avanzata legislazione tesa a realizzare le pari opportunità fra uomini e donne e l’uguaglianza sostanziale fra gli uomini e le donne, che individua anche con precisione gli strumenti idonei per intervenire e cancellare discriminazioni dirette ed indirette soprattutto nei luoghi di lavoro. Possiamo però affermare che nel nostro Paese la parità sostanziale fra uomini e donne si sia realmente realizzata? Le donne italiane soprattutto quelle poche che in questi anni hanno avuto la possibilità di accedere nei luoghi e negli organismi della politica e delle istituzioni hanno la maggior parte della responsabilità dell’arresto se non addirittura del ritorno indietro delle donne nella società civile e del lavoro. Quanti sanno che la legge 125/91, modificata dal Decreto Lgs. 196/2000, indica una struttura amministrativa specifica per la gestione e il controllo delle politiche di pari opportunità? Si tratta di organismi specifici, qualificati e specializzati sulle politiche di genere e contro le discriminazioni per garantire l’uguaglianza fra gli uomini e le donne come previsto dalla Costituzione all’art.3 Iniziamo a fare la loro conoscenza. Al primo posto troviamo il Comitato nazionale per l’attuazione dei principi di parità di trattamento ed uguaglianza di opportunità fra lavoratori e lavoratrici. E’ ubicato presso il Ministero del lavoro, e si propone come obiettivo “la rimozione dei comportamenti discriminatori per sesso e di ogni altro ostacolo che limiti di fatto l’uguaglianza delle donne nell’accesso al lavoro e sul lavoro e nella progressione professionale e di carriera” (art. 6). Il suo potere è robusto, infatti formula proposte, informa e sensibilizza l’opinione pubblica. Ogni anno stabilisce un Programma Obiettivo nel quale si segnalano le tipologie dei Progetti per le Azioni Positive, esprime pareri sui finanziamenti, elabora codici di comportamento, verifica lo stato di applicazione della legislazione, propone soluzioni alle Controversie Collettive, può richiedere alle Direzioni Provinciali del Lavoro-Servizio Ispettivo Lavoro, di acquisire presso i luoghi di lavoro informazioni sulla situazione occupazionale maschile e femminile e molto altro. Tra l’altro per l’istruttoria degli atti, per la individuazione e la rimozione delle discriminazioni il Comitato ha il supporto del Collegio Istruttorio e Segreteria Tecnica che pensa anche alla redazione dei pareri. Poi troviamo la Commissione Nazionale per la realizzazione della parità tra uomini e donne prevista con la legge n. 164 del 1990, il suo ufficio si trova presso la Presidenza del Consiglio. E poi troviamo il Consigliere di parità. Questa figura istituzionale è definita dalla legge 125/91 dal decreto lgs. 196 del 2000 e dal decreto lgs. n. 198 del 2006. Con il decreto Lgs. n.196/00, in attuazione dell’art. 47 della legge n. 144/99, si definisce meglio , si valorizza e si potenzia il ruolo del consigliere di parità. Infatti non solo si corregge l’art. 8 della l. 125/91 e si ridefinisce l’attività del consigliere di parità ma si individuano anche nuove disposizioni per le azioni positive. Esiste una tripartizione di questa figura,troviamo infatti il consigliere di parità nazionale e quelli regionali e provinciali. Il Consigliere di parità nazionale è componente della Commissione Centrale per l’Impiego mentre i Consiglieri regionali e provinciali rispettivamente fanno parte delle commissioni tripartite regionali e provinciali così come prevede il D. Lgs. 469/97. In oltre essi prendono parte ai tavoli di partenariato locale ed ai comitati di sorveglianza previsti dal Regolamento CE n. 1260/99 (art.35). Li troviamo nelle commissioni di parità territoriali o di ogni altro organismo di parità diversamente chiamato a livello regionale e provinciale, mentre quello nazionale è fisso all’interno del Comitato Nazionale e del Collegio Istruttorio di cui agli art. 5 e 7 della solita legge n.125/91. Ci chiediamo ora chi li nomina, la legge prevede che sia il Ministro del lavoro e delle politiche sociali in concerto con il Ministro delle PO su designazione degli organi per questo individuati dalle regioni e dalle province, sentite le commissioni rispettivamente regionali e provinciali tripartite e il loro mandato dura quattro anni rinnovabile una sola volta. I designati per l’incarico devono possedere requisiti di specifica competenza ed esperienza pluriennale in materia di lavoro femminile, di normative sulla parità e pari opportunità nonché di mercato del lavoro, comprovati da idonea documentazione. Abbiamo visto che il Consigliere nazionale di parità ha il suo ufficio presso la Presidenza del Consiglio, quelli regionali e provinciali li troviamo rispettivamente in una delle sedi delle regioni e delle province. Gli uffici sono funzionalmente autonomi dotati di personale di macchinari e di ogni strumento necessario per lo svolgimento della loro funzione. Nell’esercizio del loro ruolo sono pubblici ufficiali e hanno l’obbligo del rapporto all’Autorità Giudiziaria per i reati di cui vengono a conoscenza, possono anche avviare ogni iniziativa che sappia garantire il rispetto del principio di non discriminazione e della promozione delle Pari Opportunità tra i lavoratori dei due sessi. Ora vediamo di cosa si occupano. Devono prima di tutto conoscere le situazioni di squilibrio per poter svolgere le funzioni promozionali e di garanzia contro le discriminazioni previste dalla legge n. 125/91. A seguire il lavoro riguarderà la promozione di progetti di azioni positive, anche attraverso l’individuazione delle risorse comunitarie, nazionali e locali finalizzate allo scopo; la promozione della coerenza della programmazione delle politiche di sviluppo territoriali rispetto agli indirizzi comunitari, nazionali e regionali in materia di pari opportunità. Non devono far mancare il loro sostegno alle politiche attive del lavoro, comprese quelle formative sotto il profilo della promozione e realizzazione delle pari opportunità e la promozione dell’attuazione delle politiche di pari opportunità da parte dei soggetti pubblici e privati che operano nel mercato del lavoro. Garantiscono la collaborazione con le Direzioni Provinciali e Regionali del Lavoro per individuare procedure efficaci di rilevazione delle violazioni alla normativa in materia di parità, pari opportunità e garanzia contro le discriminazioni anche attraverso la progettazione di appositi pacchetti formativi. Già questo non è poco come impegno e possibilità di incidere profondamente a 360° della vita politica sociale economica ma possono fare ancora di più, infatti devono diffondere la conoscenza e lo scambio di buone prassi e perseguire un’attività di informazione e formazione culturale sui problemi delle pari opportunità e sulle varie forme di discriminazione, verificare i risultati della realizzazione dei progetti di azioni positive previsti dalla legge 125/91 e stabilire collegamenti e collaborazione con gli assessorati al lavoro degli Enti locali e con Organismi di parità degli Enti Locali. Esiste anche, prevista dal D. Lgs. 196/00, la rete nazionale delle consigliere di parità che è coordinata dalla consigliere nazionale di parità, la rete è un’opportunità eccezionale per intensificare le funzioni di tutti i consiglieri di parità di questo Paese e per arricchire l’efficacia della loro azione consentendo lo scambio di informazioni di esperienze e di buone prassi. Per quanto riguarda le azioni in giudizio l’art. 8 del D. Lgs. 196/00 ha sostituito l’art.4 della legge 125/91 e le novità danno facoltà a chi intende agire in giudizio per la dichiarazione di discriminazione senza avvalersi delle procedure previste dai contratti collettivi di lavoro, di esperire il tentativo di conciliazione ex art. 410 c.p.c. o dell’articolo 69 bis, decreto leg.vo 29/93, anche tramite il consigliere di parità provinciale, che può anche ricorrere innanzi al TAR, su delega della persona interessata e di intervenire nei giudizi già promossi dalla medesima. Inoltre è stata estesa la disposizione dell’articolo 15, della legge 903 del 1977 a tutti i casi di azione individuale in giudizio promossa dalla persona che vi abbia interesse o, su sua delega da un’organizzazione sindacale o dal consigliere provinciale , ferma restando comunque, l’azione ordinaria. Questa figura ha un ruolo istituzionale molto importante e dovrebbe essere fortemente impegnata ha risolvere i problemi delle donne e chi ricopre tale incarico oltre ad indubbia professionalità e competenza deve possedere doti di forte autonomia ed autorevolezza rispetto ai rappresentanti istituzionali con i quali deve operare. Purtroppo soprattutto in questi ultimi anni tale autorevolezza e autonomia non si è percepita anzi la stragrande maggioranza delle donne e non solo non sanno chi nella propria provincia e regione ricopre tale incarico e come sono state individuate. Per un incarico così importante e prezioso per la condizione e la dignità di tante donne sui posti di lavoro il metodo della cooptazione è assolutamente inaccettabile.
On. Katia Bellillo
Presidente dell’associazione Ossigeno

venerdì 8 maggio 2009

I TUOI DIRITTI

"il riconoscimento della dignità specifica e dei diritti uguali e inalienabili di tutti i membri della famiglia umana è la base di libertà, giustizia e pace nel Mondo"(Preambolo alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 1948)
..... reato di immigrazione clandestina, presidi-spia, medici-spia , ronde, carrozze della metropolitana "per soli milanesi", registro per le persone senza fissa dimora, ..... "Ho sognato che gli uomini, un giorno, si alzeranno e capiranno, finalmente, che sono fatti per vivere insieme come fratelli. Ho sognato che i miei quattro bambini, un giorno, vivranno in una nazione, in cui non saranno giudicati dal colore della pelle, ma per le loro doti personali. (...)Ho sognato ancora che un giorno la guerra finirà, che gli uomini trasformeranno le loro spade in vomeri d'aratro e le loro spade in roncole, che le nazioni non si alzeranno più le une contro le altre e che non impareranno più la guerra. (...) Questa è la nostra speranza, questa è la nostra fede.“ http://www.martinlutherking.ucebi.it/

giovedì 2 aprile 2009

La Corte Costituzionale boccia una parte della legge 40!

Il ricorso alla Corte, con tre distinte ordinanze, era stato presentato dal Tar del Lazio e dal Tribunale di Firenze, ai quali si erano rivolti, rispettivamente, la World Association Reproductive Medicine e una coppia non fertile di Milano. Le questioni di legittimità costituzionale riguardano, in particolare, l'articolo 14 che prevede la formazione di un numero limitato di embrioni, fino a un massimo di tre, da impiantare contestualmente, e vieta la crioconservazione al di fuori di ipotesi limitate e l'art.6 , comma 3, della legge nella parte in cui obbliga la donna, una volta dato il proprio consenso alle tecniche di fecondazione assistita, all'impianto degli embrioni, escludendo così la revoca del consenso. La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibili, per difetto di rilevanza nei giudizi principali, la questioni di legittimità costituzionale dell'articolo 6, inerente l'irrevocabilità del consenso della donna, e dei commi 1 e 4 dell'articolo 14, ma ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’ art. 14 comma 2, della legge 18 febbraio 2004, n. 40, «limitatamente alle parole "ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre"» embrioni e l’ incostituzionalità del comma 3 dello stesso articolo «nella parte in cui non prevede che il trasferimento degli embrioni, da realizzare non appena possibile, debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna». L'aggiunta del vincolo di procedere senza pregiudizio della salute della donna in una legge disumana, ingiusta e piena di contraddizioni che mortifica la donna considerandola come un contenitore è un passo avanti per l’Italia e per tutti coloro che subiscono ed hanno subito il peso di una legge nata per ferire e limitare chi già si trova ad affrontare problemi e sofferenze. E’ la rinascita della speranza per tutti noi di ottenere una legge giusta, umana, rispettosa del corpo e delle scelte delle donne.

martedì 31 marzo 2009

PER DARE OSSIGENO AI NOSTRI DIRITTI: Ripensiamo insieme la politica e le città.

Ossigeno è un’associazione impegnata dal 2003 a denunciare le discriminazioni ed a difendere ogni vittima di discriminazione per far rispettare i valori di libertà, uguaglianza, pluralità sanciti nella Carta Costituzionale. Abbiamo una vocazione assolutamente laica. I nostri soci, sebbene appartenenti a religioni e opinioni diverse, si sentono fortemente europei e da chi verrà eletto pretendono un impegno concreto e prioritario affinché sia rispettato e applicato il patto sociale rappresentato dalla Costituzione. Riteniamo che solo la lealtà costituzionale garantisce la difesa dei diritti di tutti e la dignità dei cittadini più deboli dall’egoismo ingordo dei più forti e assicura il pluralismo culturale ed esistenziale, necessario per salvaguardare la convivenza civile e lo stato di diritto.
Attraverso la nostra attività di volontariato abbiamo l’opportunità di guardare intorno a noi le persone e l’ambiente e vedere come la situazione sia veramente deteriorata, ma lo spettacolo più triste è rappresentato dall’atteggiamento di tanti italiani che restano rassegnati o peggio indifferenti.
Eppure questa Italia dove ci si riempie la bocca con la parola “libertà”, in realtà tanti suoi cittadini sono privati ogni giorno di diritti e di libertà. Il lavoro è stato svuotato del suo ruolo costituzionale di emancipazione e di liberazione per tutti, le persone sono sempre più sole, sono insufficienti le condizioni minime di libertà d’informazione, il dibattito pubblico è narcotizzato e il sistema economico corporativo e familistico, con la grave crisi mondiale, si sta ancor più imbarbarendo nel degrado della legalità.
Di fronte a questo inquietante e deprimente quadro politico, al tracollo civile e al disastro economico e sociale dell’Italia, abbiamo deciso che non vogliamo rassegnarci, pensiamo che sia possibile far tornare a respirare i diritti partendo dai territori e dalle Autonomie Locali. Per questo vogliamo contribuire con le nostre idee alla definizione dei programmi per le prossime consultazioni elettorali.
Anzi più che mai sentiamo il dovere civico e sociale di partecipare, ed esigiamo il confronto con i partiti e con chi oggi si candida a rappresentarci nelle istituzioni locali e al Parlamento europeo.
Vogliamo essere chiari: siamo orientati a non dare più il nostro voto solo per fedeltà ad un partito né a delegare le sorti dei nostri territori e della nostra stessa vita a chicchessia.
Vogliamo conoscere i programmi e gli obiettivi di ciascun candidato/a con le informazioni chiare e trasparenti dei mezzi e delle risorse individuate per attuarli e soprattutto gli strumenti concreti con i quali i cittadini potranno effettivamente verificare che si fa quello che si è promesso di fare.
Vogliamo che gli Enti Pubblici siano case di vetro, ogni atto di giunta, ogni determina, ma soprattutto il bilancio, devono essere pubblicati su internet e ogni mese i cittadini devono essere chiamati a dare il giudizio sulla qualità dei servizi erogati direttamente dal Comune o dalle aziende a partecipazione pubblica.
Basta con le chiacchiere, con le promesse da marinaio e con le pacche sulle spalle.
E’ urgente che siano ripristinate le pratiche democratiche non solo in Parlamento, e che le assemblee delle istituzioni locali ritornino a svolgere il ruolo Costituzionale che le vuole impegnate concretamente ad eliminare ogni ostacolo che si frappone alla reale uguaglianza dei diritti.
Fondamentale la collaborazione delle istituzioni locali con l’associazionismo o il terzo settore per lo sviluppo di servizi sociali necessari a sostenere le persone e per cancellare le discriminazioni, ma l’ente locale oltre a definire gli obiettivi deve rimanere l’unico responsabile delle verifiche e dell’accertamento dei risultati ottenuti.
Per garantire il pluralismo degli interventi, impedire quindi di dividere i cittadini per comunità religiose o il predominio di una comunità su un’altra o sul singolo cittadino, le istituzioni devono garantire che i servizi pubblici pratichino la laicità
Sostenere gli anziani, i bambini, gli adolescenti, i diversamente abili vuol dire sostenere anche i nuclei familiari che le persone hanno scelto liberamente di definire, i servizi pubblici per i quali si prevede il coinvolgimento nella gestione, di imprese o organizzazioni o associazioni private, devono garantire la massima professionalità, neutralità e rispetto degli obiettivi del progetto pubblico in cui sono stati coinvolti e del quale l’ente locale è responsabile di fronte al cittadino utente.
Fatta la premessa chiediamo
1-che i bisogni delle donne e degli uomini siano al centro dell’interesse dell’amministrazione pubblica per una città dove è bello vivere ed è facile partecipare, dove ogni cittadino senta la responsabilità di essere impegnato a sconfiggere le discriminazioni i pregiudizi e le convenzioni. Lo strumento più opportuno per attuare questi propositi è il Bilancio di genere, che significa investire le risorse attraverso obiettivi tesi ad inserire pari opportunità per l’uguaglianza. La cittadinanza non è neutra ma i cittadini sono donne, sono anziani, sono bambini, sono diversamente abili, sono di altra nazionalità, ognuno ha bisogni diversi tutti hanno diritto ad una vita dignitosa.
2-che i candidati si diano un codice di comportamento che attueranno con coerenza se eletti, per questo mettiamo a disposizione il Notaio della nostra associazione per sottoscrivere il “Codice Europeo di Comportamento per gli Eletti Locali e Regionali” approvato dal Congresso dei Poteri Locali e Regionali del Consiglio d’Europa, che interviene sui temi delle campagne elettorali, dei conflitti d’interesse, del clientelismo, del cumulo di carriere e della corruzione.
3-Che vengano ridotti gli enti, le rappresentanze di nomina politica a tutti i livelli e anche i guadagni dei dirigenti e dei manager.
4-Che i cittadini possano esprimersi periodicamente sulla qualità dei servizi di cui usufruiscono e siano soprattutto ascoltati. C’è partecipazione solo se c’è informazione, non servono nuove figure. I dirigenti pubblici devono fare il proprio lavoro, il Sindaco o il Presidente che li nomina sono responsabili dei risultati
5-Che i sindaci e i presidenti non siano più i “padroni assoluti” ma venga previsto un bilanciamento dei poteri di iniziativa e di controllo delle assemblee elettive come sperimentazione per una eventuale proposta di legge che modifichi l’attuale normativa nazionale che ha cancellato la democrazia partecipativa.
6-Che il territorio torni ad essere una cosa pubblica. In questi anni chi ha veramente deciso sono stati i privati e i loro interessi. Basta con questa prassi e abbandonare la logica dell’”urbanistica contrattata”che ha garantito forti guadagni immobiliari per pochi e incentivato l’espansione urbana, aumentando i costi sulla collettività. Come accade in tutta Europa, si deve investire sul riuso e sul recupero del costruito.
7-Che la raccolta differenziata porta a porta venga generalizzata, e garantito il riciclo dei materiali come alluminio, vetro, carta, in tutti i quartieri. Queste sono le linee di una buona politica che responsabilizza i consumatori ma anche gli amministratori. Gli eletti dovranno scegliere sugli inceneritori o le discariche solo dopo aver realizzato le buone politiche e verificato ogni parametro.
8-Che gli appalti siano puliti chiudendo ad ogni livello istituzionale con gli “appalti al massimo ribasso”. Quando si tratta di servizi che devono garantire i diritti fondamentali dei cittadini questa pratica non solo non produce efficienza ma scarica i problemi sui più deboli ed altera il mercato. L’ “offerta economica vantaggiosa”, alternativa all’appalto deve esplicitare a priori almeno tre punti: la salvaguardia e il miglioramento ambientale, la tutela dei diritti dei lavoratori, la qualità del servizio. La trasparenza, il ridimensionamento, la rinuncia al “massimo ribasso” e i parametri di qualità dovranno essere i punti cardinali della politica degli appalti.
9-Che il pubblico funzioni meglio e di più del privato, si deve fermare la pratica delle esternalizzazioni e delle privatizzazioni di comparti e funzioni anche di pregio della pubblica amministrazione soprattutto di beni e di diritti primari come l’acqua. Le privatizzazioni già fatte, non solo non hanno garantito più efficienza e risparmi per le amministrazioni ma sono servite spesso per arricchire i privati.
10-Che si valorizzi e s’investa sul lavoro e sulla professionalità interna alla pubblica amministrazione. Il pubblico deve riappropriarsi delle sue autentiche funzioni ispirandosi a criteri di sobrietà e di efficienza. La moltiplicazione o la duplicazione degli assessorati, le consulenze milionarie non giustificate diventano una lesione alla credibilità di chi amministra le risorse di tutti.
Scusateci se non vi chiediamo idee nuove, ci basta avere la garanzia che chi avrà l’opportunità di governarci lo farà con la buona e saggia amministrazione e soprattutto non a dispetto nostro!
Il sindaco e i consiglieri eletti dovranno essere gli unici referenti, li vogliamo umili, pazienti, capaci soprattutto di ascoltare, di accettare le giuste critiche, impegnati a lavorare con passione e con le porte aperte per stare vicino ai cittadini soprattutto a quelli più tutto il resto sono chiacchiere vuote di cui ormai ne abbiamo piene le tasche. deboli e bisognosi. Per questo non vi diamo una delega in bianco ma vogliamo conoscere, vedere, essere informati, comprendere le cifre e i tempi di realizzazione delle proposte che i candidati a sindaco o a consigliere presentano alla città per essere eletti, solo così la partecipazione è vera
In particolare per ripensare insieme Perugia:
Abbiamo detto che la macchina pubblica deve essere più efficiente e attenta ai bisogni e alle esigenze del cittadino. Comuni come Torino o Milano o Roma spendono per la struttura dal 21% al 26% del totale delle spese, pretendiamo che Perugia si adegui a tali parametri perché l’attuale 31% è sinceramente assai poco comprensibile. Secondo i dati presentati nella ricerca della Fondazione Civicum, pubblicati su l’Espresso di gennaio 2009, le entrate totali del comune di Perugia (che comprendono entrate tributarie ed extratibutarie), sono di € 1.383,00 pro capite, rispetto al 2006 si registra un incremento del 19%.
Le imposte comunali sono state incrementate del 46% rispetto all’anno 2006, significa che ogni abitante sborsa 361,00 euro all’anno. Siccome non siamo fra chi teorizza che le tasse non devono essere pagate, ma che ogni società civile dovrebbe avere cittadini onorati di pagarle secondo le proprie possibilità, pretendiamo però che vengano spese bene, a favore di tutta la collettività e che ogni cittadino abbia garantiti gli strumenti per verificare come vengono spesi i loro soldi.
Il nodo della questione è come vengono utilizzate le entrate del Comune. Più di un quarto (31%) del bilancio del comune di Perugia abbiamo detto è stato utilizzato per alimentare la macchina comunale.
Tale scelta ha garantito l’efficienza e l’efficacia della macchina pubblica?
La nostra opinione è negativa e chiediamo che questi costi siano ridotti almeno del 10% e il buon risparmio ridistribuito per alzare le percentuali di spesa in servizi diretti ed indiretti per i cittadini.
Si parla tanto di sicurezza, ma come si giustifica che la spesa per la polizia locale è solo il 4% del bilancio!, con un incremento di solo un punto percentuale rispetto al 2006, la crudezza dei numeri ci dice che il comune di PG ha speso solo 45,00 euro all’anno per ogni cittadino! Noi chiediamo l’aumento di questa spesa tesa a garantire interventi preventivi ed educativi, compreso il vigile di quartiere, invece che quelli repressivi e di mero guadagno per le casse comunali come è avvenuto fin’ora!
Perugia è una città d’arte, eppure la spesa per la cultura rappresenta solo il 4% delle spese totali anzi rispetto al 2006 si è ridotta dell’1% , si spende solo 38,00 euro per abitante! Eppure la cultura è il nostro petrolio, l’unica materia prima che può attrarre risorse non solo con i progetti europei, ma anche con risorse messe a disposizione dai privati per garantire uno sviluppo intelligente e posti di lavoro veri, qualificati e soprattutto stabili per tanti giovani.
L’istruzione e la ricerca sono obiettivi prioritari per chi vuole fare buona politica, ma come si fa a prevedere un misero 7% alla voce istruzione? Nel 2007 appare addirittura invariata rispetto al 2006, e il comune di Perugia prevede di spendere solo 72,00 euro all’anno per abitante, hanno fatto peggio solo Sassari (€ 57,00) e Campobasso (€ 44,00)!
Una verifica attenta va fatta sulla voce trasporti. Infatti il comune di Perugia spende addirittura 155,00 euro ad abitante per i trasporti e la viabilità, il 15% delle spese totali, con un incremento del 29% sul bilancio 2006. Una bella fetta di risorse che dovrebbero garantire un servizio della mobilità urbana veramente eccellente. Ma sarà bene aprire subito un filo diretto con i perugini ed ascoltare cosa hanno da dire anche sul PUM.
Un aumento consistente delle risorse deve prevedere vere, moderne, avanzate politiche sociali, un comparto che se ben governato, come per la cultura è possibile il collegamento virtuoso alle linee di intervento ma anche alle risorse europee. Le politiche sociali oltre ad elevare il livello di sicurezza della città e la qualità della vita e della convivenza, possono rappresentare il volano per una nuova, qualificata e stabile occupazione di tanti giovani.
Quanto ha speso il comune di PG per il rispetto dei diritti degli animali? Secondo noi troppo poco e troppi sono gli animali randagi è necessario riservare ai nostri amici a quattro zampe più spazi vivibili e risorse per le associazione di volontari che si occupano di loro
FACCIAMO RESPIRARE I DIRITTI CANCELLIAMO LE DISCRIMINAZIONI
PER SCONFIGGERE LA PAURA
ISCRIVITI all’associazione OSSIGENO onlus
INSIEME CE LA FAREMO!!!

sabato 7 marzo 2009

8 marzo... è veramente una festa?

L'8 Marzo è veramente una festa per le donne? Questo giorno più che ogni altro deve essere un giorno di lotta contro le disuguaglianze, le violenze e le troppe discriminazioni che le donne sono costrette a subire da sempre! Un giorno per affermare che uomini e donne sono uguali!!!!

Centro di accoglienza, aiuto e sostegno per donne vittime di maltrattamenti e violenze

Oggi l'inaugurazione di un Centro di accoglienza, aiuto e sostegno per donne vittime di maltrattamenti o violenze. Nato per volontà del Comitato 8 Marzo, nell'ambito del progetto Rete Antiviolenza, è stato dedicato a Barbara Cicioni, la donna incinta di otto mesi uccisa nella sua abitazione di Compignano di Marsciano nel maggio del 2007.
La nostra Associazione, soddisfatta perchè finalmente anche a Perugia è stato creato un centro di accoglienza, aiuto e sostegno per donne vittime di violenze, si congratula con tutti coloro che hanno lavorato per la creazione del centro e si impegna, nell'ambito della propria attività di primo ascolto e cosulenza legale e psicologica gratuita fornita alle vittime di ogni tipo di discriminazione, a collaborare con il Centro ed a rafforzare quella rete tra istituzioni ed associazioni per aiutare tutte le donne vittime di discriminazioni ed abusi derivanti da culture che noi come Associazione da anni stiamo cercando di sconfiggere.

mercoledì 25 febbraio 2009

NON POSSO RESTARE IN SILENZIO!

Non posso fare a meno di esprimere il mio stupore e disgusto in seguito agli attacchi mossi nei confronti dell' On. Bellillo da parte della Signora Ferilli e non solo. Non posso restare senza dire niente quando una donna che si è sempre messa al servizio delle persone e che ha sempre agito nel interesse degli altri viene ingiustamente attaccata. Non posso restare a guardare mentre una persona che ha sempre lottato a fianco delle persone più deboli e che crede veramente nei suoi ideali e combatte per vederli realizzati ad ogni costo viene ingiustamente accusata di avere dei privilegi. A costo di essere abbandonata dal proprio compagno, a costo di restare lontana dalle sue figlie adolescenti, a costo di venire attaccata pubblicamente, a costo di non avere una vita privata. E queste sono conseguenze di una scelta che è stata fatta, perché chi decide di fare politica deve fare dei sacrifici. Ma come mai una donna umile, che non si fa mai una vacanza per permettere alle figlie di viaggiare, studiare e divertirsi, che non si compra mai un capo firmato, che ha investito tutti i suoi risparmi per assicurare alle proprie figlie una casa per quando saranno adulte, dovrebbe essere mischiata nel minestrone, la Bellillo rappresenterebbe la casta? Mi viene da ridere. Rido perché conosco bene la persona di cui sto parlando. E' la persona che passa ogni capodanno, da anni, con i propri genitori ormai ultra ottantenni, che ha le sue amicizie tra il popolo, le persone comuni, che fortunatamente non mancano mai di sostenerla con il proprio affetto e la loro stima disinteressata. Ecco perché nessuna difesa nei grandi giornali italiani! Il suo sostegno Katia lo trova tra la gente semplice che tira la cinghia e paga le tasse senza usufruire dei servizi di uno stato sempre più patrigno, non è andata a piangere sulla spalla di qualche maschio capo di qualche partito perché è da tempo che lei non si riconosce più nella politica italiana. Sono i giornalisti che per fare scoup sono capaci di far credere che “cristo è morto di freddo”, i politici opportunisti volta gabbana, quelli che per diventare famosi nel mondo dello spettacolo senza averne il talento vendono la propria immagine e sbandierano il proprio corpo nudo e poi si autodefiniscono compagni, è questo esercito di brutture umane che costituisce la casta, sono loro che impongono il loro subdolo potere e dettano le regole, che hanno capovolto ogni valore facendo credere che tutto sia relativo, ai quali è impossibile ribellarsi. E' la legge della giungla, ed il più forte sopravvive, ma chi è qui il più forte? Una parlamentare ha dichiarato le sue opinioni nello svolgimento delle sue funzioni di rappresentante del popolo ed ha espresso le idee delle persone che l'hanno votata. Credo che il senso dell'immunità parlamentare sia proprio quello di difendere questa possibilità. Poi perché non si dice che la grande attrice (sic!) aveva denunciato anche la giornalista del Corriere della sera, che ha utilizzato ciò che avrebbe detto Katia dentro un suo articolo, e il Direttore responsabile e che il GUP del tribunale di Milano ha assolto tutti, in quanto il fatto non sussiste. E perché non si dice niente contro il comportamento a dir poco superficiale della signora Ferilli che dopo aver accettato di fare la testimonial per la campagna referendaria per modificare la disumana legge 40 non è andata nemmeno a votare e successivamente ha dichiarato che la procreazione assistita medicalmente è un accanimento terapeutico? Se il PD perde i voti non è colpa dell'insindacabilità della Bellillo ma per come è stato inventato questo partito e come in questo partito sia stato offerto lo spazio a personaggi così poco seri. E poi perché nei giornali si possono scrivere falsità gratuitamente? Mi riferisco all'articolo di Travaglio dove si dichiara che la Bellillo abbia smentito (come al solito...si aggiunge) la dichiarazione fatta al Corriere della sera, quando è evidente che non è così, perché è chiaro che Katia resta convinta della sua posizione, si capisce dalla lettera di risposta che ha inviato ai giornali. Ha chiarito a suo tempo che l'intervista che è uscita sul Corriere era il frutto di un riassunto ad un discorso più articolato. Perché si può distorcere la realtà così facilmente? Perché sono costretta a leggere senza possibilità di replica queste distorsioni? Morale della favola la Bellillo è “la mandarina”, che tradotto dovrebbe significare “cortigiana”, rappresenta la sinistra snob, la casta, la privilegiata e chi più ne ha più ne metta, la Ferilli invece la grande rivoluzionaria!(sic ancora sic!). Va bene, questo è il punta di vista di chi pretenderebbe di ergersi a giudice assoluto. Ora voglio esprimere il mio pensiero. Per me Katia rappresenta la lealtà, la tenacia, l'umiltà. Per me rappresenta tutte quelle donne che ce l'hanno fatta da sole, che hanno realizzato ogni loro sogno senza stare ad ascoltare questa società che voleva imporgli la scelta tra un tipo di vita e un altro, e un esempio per quelle donne che invece pensano di non potercela fare. Per me rappresenta una persona che nel nome dell'uguaglianza è scesa in piazza andando contro quello che poteva essere il suo interesse personale e la sua immagine per stare al fianco di chi non viene considerato uguale e non meritevole di godere di certi diritti, mi riferisco al world pride del 2000 Per me rappresenta un riferimento solido in questo periodo buio e di disillusione, di perdita di valori, dove i diritti non trovano riconoscimento, dove le opinioni dell'altro non vengono rispettate e ognuno pensa al proprio tornaconto. Per me rappresenta un modello e una madre eccezionale ed è per tutti questi motivi che condivido pienamente le sue dichiarazioni e le sue decisioni, e considero inaccettabili le affermazioni che sono state fatte sul suo conto. Credo di poter parlare in nome di tanti che si sono indignati e sentiti feriti nel vedere trattata con tanto disprezzo l'ultima persona che se lo merita. Non potevo restare in silenzio e senza dire: “ Grazie mamma per essere così!!” Alessandra

martedì 17 febbraio 2009

Negata Piazza Navona, la manifestazione sarà a Piazza Farnese

Negata Piazza Navona, la manifestazione di sabato a Roma “Sì alla vita, non alla tortura di Stato” si terrà a Piazza Farnese.
Il gabinetto del sindaco Alemanno ha comunicato agli organizzatori che non concederà Piazza Navona perché vi devono transitare alcuni carri allegorici di carnevale.

lunedì 16 febbraio 2009

“ORA BASTA!”. 21 FEBBRAIO A PIAZZA NAVONA CONTRO LA DITTATURA OSCURANTISTA

La legge 'Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento' è fortemente limitativa del fondamentale diritto all’intangibilità del corpo e non tiene conto dei principi costituzionali di diritto interno e sovranazionale, oltre ad ignorare l’esigenza di rispetto di posizioni morali diverse. Una legge che nasce dall'imposizione di pochi e non da un confronto costruttivo ed aperto, le opinioni dei cittadini non vengono tenute in considerazione come dovrebbe avvenire in uno Stato democratico, il Governo si sente portatore di una verità assoluta e non ritiene di dover ascoltare gli italiani.
Nel ddl si specifica al punto 6 "che l'idratazione e l'alimentazione artificiale, in quanto forme di sostegno vitale, non possono formare oggetto di dichiarazioni anticipate". La Dichiarazione anticipata di trattamento (DAT) "acquista efficacia" quando "il paziente in stato neurovegetativo sia incapace di intendere e di volere" e "la valutazione dello stato clinico spetta a un collegio formato da cinque medici (neurologo, neurofisiologo, nauroradiologo, medico curante e medico specialista della patologia)". Negli articoli 6, 7 e 8 si afferma che la DAT debba essere "redatta in forma scritta da persona maggiorenne, in piena capacità di intendere e di volere, accolta da un notaio a titolo gratuito" e che pur essendo sempre revocabile e modificabile "ha validità di tre anni, termine oltre il quale perde ogni efficacia". È prevista, inoltre, la figura di un fiduciario che però non è vincolato a rispettare le indicazioni contenute nel documento: l'articolo 7 prevede "la nomina di un fiduciario che, in collaborazione con il medico curante si impegna a far sì che si tenga conto delle indicazioni sottoscritte dal paziente" e l'articolo 8 "garantisce al medico la possibilità di disattendere la Dat, sentito il fiduciario, qualora non siano più corrispondenti gli sviluppi delle conoscenze tecnico-scientifiche e terapeutiche, motivando la decisione della cartella clinica".
Ecco i principi violati da questo disegno di legge:
1) La Costituzione italiana, che tutela l’autodeterminazione all’art. 13, configura all’art. 32 il principio del consenso come elemento coessenziale al diritto alla salute, e prevede che anche nei casi in cui il legislatore si avvalga del potere di imporre un trattamento sanitario, “in nessun caso possa violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Il diritto a morire con dignità nel nostro ordinamento, trova un riconoscimento implicito nell'articolo 2 della Costituzione, secondo il quale "la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità...".
2) La Convenzione di Oviedo, che l’Italia ha sottoscritto e di cui è stata approvata la legge di ratifica, dispone all’art 5, che “Un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato. Questa persona riceve innanzitutto una informazione adeguata sullo scopo e sulla natura dell’intervento e sulle sue conseguenze e i suoi rischi. La persona interessata può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il proprio consenso”. La previsione riguarda ogni “intervento nel campo della salute”, espressione più ampia che può corrispondere a quella di “atto medico”. All’art 9 si prevede che “I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione”, ove è evidente che il rispetto va dato non soltanto alle “dichiarazioni di volontà”,ma ad ogni espressione di preferenze comunque manifestata.
3) La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea che all'art. 2 protegge il diritto alla vita: “Nell'ambito della medicina e della biologia devono essere in particolare rispettati: il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge, ecc.” ed all'art. 3 il diritto all’integrità della persona, non a caso tali articoli sono collocati nel titolo dedicato alla Dignità, che è anche il primo, fondamentale diritto della persona (art.1). Ancora una volta il principio non è limitato ai trattamenti terapeutici, ma riguarda la libera determinazione nel campo medico-biologico.
4) Il principio che consente il rifiuto di atti medici anche benefici è un’acquisizione consolidata della giurisprudenza europea: più volte si è confermato che anche di fronte allo stato di necessità il libero, consapevole, lucido dissenso dev’essere rispettato. Un tale diritto di rifiutare le terapie, anche di sostegno vitale, non ha nulla a che fare con l’eutanasia, che consiste invece in una condotta direttamente intesa a procurare la morte.
In EUROPA non esiste ancora una disciplina sul Testamento biologico recepibile dagli Stati membri, alcuni dei quali, comunque, hanno adottato autonomamente normative in materia ed il Parlamento Europeo ha sollecitato gli Stati ad emanare una legge sul testamento biologico che rispetti la Convenzione di Oviedo. Molti Stati hanno già una legge in tal senso:
a) BELGIO: e' dal 2002 e' prevista l'eutanasia, su richiesta esplicita del paziente.
b)DANIMARCA: con una legge e' stata istituita un'apposita 'Banca dati elettronica', che custodisce le dichiarazioni anticipate di volontà presentate dai cittadini. In caso di malattia incurabile o di grave incidente, i danesi che hanno depositato il testamento medico - documento che ogni camice bianco e' tenuto a rispettare - possono chiedere l'interruzione delle cure e dei trattamenti e di non essere tenuti in vita artificialmente. Nel caso di sopravvenuta incapacita', il diritto del malato puo' essere esercitato dai familiari.
c) FRANCIA: la materia e' regolamentata con una legge del 2005, che riconosce il principio di rifiuto dell'accanimento terapeutico e prevede che possano essere sospesi o non iniziati gli atti di prevenzione, indagine o cura che appaiano inutili, sproporzionati o non aventi altro effetto che il mantenimento in vita artificiale del paziente.
d) GERMANIA: manca una norma ad hoc, ma il testamento biologico trova attuazione nella pratica e conferma nella giurisprudenza: la Corte Suprema federale, infatti, emise nel marzo 2003 una sentenza con la quale dichiarava la legittimita' e il carattere vincolante della volonta' del paziente, riconducendola 'al diritto di autodeterminazione dell'individuo'.
e) INGHILTERRA: realta' analoga a quella tedesca, nel Regno Unito, dove una consolidata giurisprudenza dal 1993 ha fissato alcune condizioni per la validita' del testamento biologico. I giudici decisero che i medici non avevano l'obbligo di somministrare trattamenti divenuti inutili a seguito della valutazione scientifica della condizione di vita del paziente e che, quindi, non erano rispondenti al suo 'migliore interesse'. Per cui se il paziente non è in grado di accettare o rifiutare i trattamenti e non ha rilasciato in precedenza una dichiarazione di volonta' in materia, una volta informati i familiari, si può legittimamente procedere all'interruzione dei trattamenti.
f) OLANDA: e' notoriamente il primo Paese al mondo che, nel 2001, ha modificato il Codice penale per rendere legali, in alcune circostanze rigorosamente normate, sia l'eutanasia che il suicidio assistito dal medico.
g) SPAGNA: le norme sulle dichiarazioni anticipate di volonta' in Spagna sono contenute all'interno di una legge sui diritti dei pazienti entrata in vigore nel 2003. E' dunque riconosciuta al cittadino maggiorenne la facolta' di manifestare anticipatamente e per iscritto la propria volonta' in merito a cure e terapie cui essere sottoposto, nel caso dovesse perdere la capacita' di esprimerle personalmente. Egli puo' inoltre nominare un suo fiduciario ha il compito di rapportarsi con i medici per realizzare le sue volonta' ed evitare l'accanimento terapeutico.
5) Egualmente estraneo all’eutanasia è il principio condiviso in bioetica e in biodiritto per cui l’interruzione delle cure, anche senza volontà espressa del paziente divenuto incapace, debba essere praticata non solo quando le cure sono sproporzionate (c.d. accanimento terapeutico) ma anche quando esse siano inutili o abbiano il solo effetto del mantenimento in vita artificiale (cfr. l’art. L 1110-5, 2° comma, del Code de la santé publique, modificato dalla L. n. 2005-370 del 22 aprile 2005 “Relativa ai diritti del malato ed alla fine della vita”, e l’art. R 4127-37 del Code de la santé publique, modificato dal decreto n. 2006-120 del 6 febbraio 2006).
6) il codice di deontologia medica del 1998: all'articolo 30, infatti, prescrive al medico di fornire al paziente la più idonea informazione sulla diagnosi, sulla prognosi, sulle prospettive ed eventuali alternative diagnostico terapeutiche e sulle prevedibili conseguenze delle scelte operate. Ogni richiesta di informazione da parte del paziente deve essere soddisfatta. L'articolo 32 prescrive di non intraprendere attività diagnostica e/o terapeutica senza l'acquisizione del consenso informato e che in presenza di documentato rifiuto da parte di persona capace di intendere e di volere, di desistere dai conseguenti atti diagnostici e /o curativi, non essendo consentito alcun trattamento medico contro la volontà della persona, salvo che si tratti di minore di età o di un maggiorenne infermo di mente. Se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà in caso di grave pericolo di vita il medico non può non tenere conto di quanto precedentemente manifestato dallo stesso (art.34).
Ignazio Marino, senatore del Pd e chirurgo di fama mondiale , è il portavoce di "una battaglia per la difesa della nostra libertà di scelta sancita dalla Costituzione". Al convegno sulla bioetica promosso dai radicali ha sostenuto la possibilità di indire un referendum nel caso in cui la legge 'Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento' presentata dalla maggioranza venga approvata dalle Camere.
Per combattere l'approvazione di una legge che cancella totalmente la rilevanza della volontà della persona molti Professori di diritto civile delle Università Italiane hanno firmato un documento indirizzato al governo in cui contestano punto per punto le aberrazioni della proposta di legge governativa.
Lorenza CARLASSARE, Andrea CAMILLERI, Furio COLOMBO, Umberto ECO, Paolo FLORES D'ARCAIS, Margherita HACK, Pancho PARDI, Stefano RODOTA' hanno lanciato un'appello "No alla Tortura di Stato" ( http://temi.repubblica.it/micromega-online/ora-basta-14-febbraio-a-piazza-navona-contro-la-dittatura-oscurantista/).
Alla fondazione Veronesi approdano ben 4.000 espressioni di volontà a favore del testamento biologico.
Dobbiamo tutti scendere in piazza per affermare che il rispetto della volontà, la dignità e l'autodeterminazione sono diritti che non ci devono essere sottratti!! Molti si sono mossi, molti altri lo faranno, non dimentichiamo di attivarci anche noi a tutela di noi stessi.
“ORA BASTA!” 21 FEBBRAIO A PIAZZA NAVONA CONTRO LA DITTATURA OSCURANTISTA

sabato 7 febbraio 2009

GRAZIE PRESIDENTE!

Mentre una famiglia vive uno strazio senza fine per dare voce alla volontà della figlia che non può lottare e difendersi da sola il Governo del Paese cerca in ogni modo di impedire ad Eluana di esercitare il sacrosanto e fondamentale diritto dell’individuo all’autonomia e all’autodeterminazione. Il diritto costituzionale di rifiutare le cure: diritto di libertà assoluto, il cui dovere di rispetto si impone erga omnes. Purtroppo la questione è politica: è evidente che c'è un problema di democrazia e stato di diritto, anzi ci si deve chiedere se siamo in uno Stato di diritto, se viviamo in uno Stato Laico… Può essere considerato tale un Paese in cui il decreto della Corte di appello di Milano, confermato dalla Cassazione non trova esecuzione e dove il Governo insorge con ogni mezzo contro un provvedimento giudiziario espresso dalla Suprema Corte? Un Paese in cui si assiste inermi di fronte alle ingerenze del Ministro della Sanità Sacconi che minaccia ispezioni ingiustificate e, con l'atto d'indirizzo del 16 dicembre 2008, intima alle strutture sanitarie pubbliche di non dare esecuzione alla sentenza? E che dire della lotta contro il tempo posta in essere dal Governo per interrompere il protocollo di interruzione dell’alimentazione ad Eluana? Unica forza democratica e speranza di giustizia per l’Italia tutta è il Presidente della Repubblica: Napolitano non firma il decreto emesso dal governo relativamente al caso di Eluana Englaro. Il Capo dello Stato, recita una nota del Colle, 'ha preso atto con rammarico della deliberazione da parte del Consiglio dei Ministri. Avendo verificato che il testo approvato non supera le obiezioni di incostituzionalita' da lui tempestivamente rappresentate e motivate, il Presidente ritiene di non poter procedere alla emanazione del decreto' A questo punto non possiamo che ringraziare il nostro Presidente, unica voce che ci ricorda di vivere in uno Stato di diritto e sperare che Eluana possa vedere realizzata la sua volontà. Poi non ci resta che sperare di non trovarci mai nella condizione di voler esercitare il diritto di rifiutare una cura o un trattamento medico, perché purtroppo l’esercizio di questo sacrosanto diritto, costituzionalmente riconosciuto e garantito a noi sarà negato da una legge iniqua emanata da un Governo che si arroga il potere di stabilire se una cura o un trattamento medico possono o debbono essere imposti senza considerare la volontà del paziente.

lunedì 2 febbraio 2009

Vandana Shiva: "Dalla parte degli ultimi"

Scritto da Giuliano Battiston venerdì 30 gennaio 2009
I «poveri», sostiene la fisica e ambientalista indiana Vandana Shiva, non sono coloro che sono «rimasti indietro» perché incapaci di giocare le regole del capitalismo, ma quelli che sono stati esclusi da ogni gioco e a cui è stato impedito l'accesso alle proprie risorse da un sistema economico che erode il controllo pubblico sul patrimonio biologico e culturale. Stare «dalla parte degli ultimi» (come recita il titolo di un suo recente libro pubblicato dalle Edizioni Slow Food) non significa dunque dare di più a chi ha meno, ma restituire ciò che è stato sottratto con la forza di leggi ingiuste, difendere i beni comuni dall'assalto avanzato dalla globalizzazione neo-liberista, impedire la brevettabilità delle forme di vita e di conoscenza e costruire una nuova democrazia ecologica. Una democrazia che difenda la biodiversità e riconosca il reciproco condizionamento tra sostenibilità ecologica e giustizia sociale. Abbiamo chiesto a Vandana Shiva, che da decenni continua a rivendicare il diritto di ogni essere umano a opporsi e resistere - in senso gandhiano - alle leggi che lo esautorano dei suoi diritti, di rispondere ad alcune domande sulla sua pratica di scienziata e attivista. Una delle questioni che lei tende a sottolineare con più insistenza è l'intima connessione tra sostenibilità ecologica e giustizia sociale. Come spiegherebbe questa connessione a quanti continuano a ritenere che si tratta di ambiti del tutto separati e tra loro impermeabili? Per la maggior parte dei poveri la connessione è evidente, perché le risorse naturali ed ecologiche costituiscono la fonte principale del loro sostentamento, e quando qualcuno se ne appropria indebitamente questo porta da un lato all'insostenibilità ecologica e dall'altro all'ingiustizia sociale ed economica. Mi lasci fare due esempi: se la Coca Cola estrae giornalmente con i suoi impianti milioni di litri d'acqua di cui beneficia di solito una certa comunità, così facendo distrugge il sistema idrico di quella comunità e allo stesso tempo causa una nuova forma di ingiustizia sociale ed economica. Oppure prendiamo la questione della terra: in Bengala, di recente il gruppo Tata ha cercato di appropriarsi della terra dei contadini, ma la sottomissione agli obiettivi dell'industria automobilistica di una terra che offre sostentamento a migliaia di persone non solo toglie fertilità a quella terra e crea una produttività insostenibile dal punto di vista ecologico, ma determina anche una grave ingiustizia sociale. Ed è proprio contro questa ingiustizia che hanno combattuto, organizzandosi, i contadini del Bengala, impedendo alla Tata di costruire sulle loro terre. Sono soltanto due tra i numerosi esempi che dimostrano, tra l'altro, come sostenibilità ecologica e giustizia sociale siano connesse alla pace, perché è proprio dall'ingiustizia sociale e dalla crescita della disuguaglianza che trae origine il fondamentalismo. Secondo l'analisi che svolge nel «Bene comune della terra», «la globalizzazione economica si configura come una nuova forma di "enclosure of the commons", la recinzione delle terre comuni britanniche», ed è volta a privatizzare ogni aspetto della nostra vita, dall'acqua che beviamo alla biodiversità, dal sistema educativo al patrimonio culturale. Ci può spiegare in che modo la globalizzazione è legata alla recinzione dei beni comuni dell'Inghilterra del XVI secolo e quali sono le sue attuali manifestazioni? In Inghilterra, con le recinzioni dei beni comuni ci si è appropriati delle terre dei contadini trasformandole in terreni per la produzione di materie prime destinate all'arricchimento della borghesia emergente e al funzionamento dell'industria tessile. Negli ultimi decenni, attraverso le leggi sulla proprietà intellettuale promosse dal Wto e grazie alle condizioni finanziarie imposte dalla Banca Mondiale con i piani di aggiustamento strutturale e i processi di privatizzazione sono stati inclusi nelle recinzioni proprietarie dei beni di nuovo tipo. Quelli ai quali ho rivolto in particolare la mia attenzione sono le risorse viventi: i sistemi viventi grazie ai quali il pianeta si mantiene vivo e che sono indispensabili per soddisfare i nostri bisogni fondamentali sono stati dichiarati proprietà intellettuale, come fossero una creazione delle corporation: oggi è la vita stessa come bene a venire privatizzata; inoltre, dal momento che i sistemi viventi si accompagnano a particolari tipi di sapere e conoscenza, e che dunque specifici sistemi di conoscenza sono associati a specifiche forme di vita, si cominciano a recintare anche il sapere e i beni intellettuali. È ormai evidente che siamo di fronte a un assalto sferrato verso l'atmosfera così come verso l'aria che respiriamo: le grandi industrie prima recintano l'aria inquinandola e trattandola come un oggetto già morto e di loro proprietà, e poi, una volta che l'inquinamento raggiunge un livello da caos climatico, pensano di farne materia di scambio commerciale. La possibilità di comprare e vendere quote di emissioni inquinanti dimostra che tutti gli attori coinvolti nelle discussioni relative ai protocolli sui cambiamenti climatici credono davvero che sull'atmosfera si possano esercitare diritti di proprietà. Quella compiuta da un manipolo di industrie inquinanti è solo l'ultima, clamorosa forma di recinzione dei beni comuni. Lei è sempre stata molto critica nei confronti del riduzionismo della scienza meccanicistica figlia della rivoluzione scientifica. Ci spiega perché ritiene che il riduzionismo non sia «semplicemente un incidente epistemologico, ma la risposta ai bisogni di uno specifico tipo di organizzazione economica e politica», e perché crede che la scienza moderna costituisca «una giustificazione etica e gnoseologica allo sfruttamento delle risorse» comuni? Sono molti i modi attraverso i quali l'emergere della scienza meccanicistica - e della filosofia riduzionista che ne è alla base - finisce per integrarsi alla crescita dell'organizzazione economica che definiamo capitalismo, promuovendone le regole di funzionamento e favorendone gli interessi. Innanzitutto, l'orientamento riduzionista consente che vengano rimossi tutti i limiti etici allo sfruttamento della natura. Nel periodo in cui questa ideologia andava formandosi, gli scienziati sostenevano che le culture fondate su una visione olistica della natura e del rapporto tra la natura e l'uomo ne ostacolavano lo sfruttamento; per questo è stato necessario un assalto all'idea degli esseri umani come parte della natura e a quella della natura come organismo vivente: la natura è stata uccisa e la terra mater convertita in terra nullius, una terra vuota, priva di capacità produttiva e creativa, un mero amalgama di materie prime. Inoltre, il riduzionismo e la filosofia meccanicistica permettono di esternalizzare i danni dello sfruttamento: il riduzionismo prima fa in modo che la vita possa essere sfruttata e distrutta, e poi, tagliando e sezionando la realtà, fa sì che si possano chiudere gli occhi sulle conseguenze delle nostre azioni. Questo meccanismo viene adottato anche in altri campi: i sistemi viventi sono sistemi complessi, altamente differenziati, che si auto-organizzano, ma l'ingegneria genetica considera le piante come un mero insieme di atomi chiamati geni, che possono essere sezionati, tagliati e spostati, come pezzi di un «Lego», senza conseguenze. Ora, se i contadini indiani muoiono a causa dei prodotti dell'ingegneria genetica, il riduzionismo permetterà di negare che le cause siano da attribuirsi alla tecnologia in sé, attribuendole ad altri fattori. Il riduzionismo, poi, opera come una vera e propria ideologia perché si presenta come l'unica scienza degna di questo nome, assoggettando a sé tutti gli altri sistemi di conoscenza (che sono altrettanto, se non più complessi), oppure negando che si tratti di vera scienza. La degradazione della natura, il passaggio forzato da terra mater a terra nullius è stato condotto anche attraverso quel processo che in «Sopravvivere allo sviluppo» lei ha illustrato introducendo il termine di «malsviluppo», con il quale indica «un modo di conoscenza mascolino», «un modello di sviluppo patriarcale». Ci spiega in che modo «il "malsviluppo" confina le donne alla passività»? Ho adottato il termine «malsviluppo» per indicare uno sviluppo deforme, un malfunzionamento del sistema, e per tracciarne il legame con un approccio patriarcale, che combina la dominazione sulle donne a quella del capitale sulla natura e sugli individui. Il «malsviluppo» confina le donne nella passività innanzitutto trattando la loro conoscenza come se non esistesse. Negli ultimi trentacinque anni ho lavorato con tantissime donne e mi sono sempre più convinta che siano loro i «veri esperti», le uniche in grado di conoscere il funzionamento di un sistema e i modi per proteggerlo, e che il mondo sia in gran parte «prodotto» dalle donne. Ciò nonostante, il sistema di pensiero riduzionista e l'organizzazione economica capitalista hanno escluso o sottostimato i contributi delle donne inducendoci a credere che il lavoro, fondamentale, di «mantenere la vita» non sia un vero e proprio lavoro, perché non produttivo. Secondo quel sistema di pensiero infatti una donna che mantiene la propria famiglia non produce nulla, e una comunità che soddisfa tutti i propri bisogni alimentari ma non vende o compra alimenti non produce cibo e non contribuisce alla «crescita» e allo «sviluppo». L'adozione di questo criterio di misura ha portato al «malsviluppo» e con esso alla distruzione della natura, allo sfruttamento del «capitale naturale», e, insieme alla negazione dei bisogni fondamentali, la crescita della povertà. Secondo la sua analisi, dovremmo abbandonare l'attuale economia suicida e promuovere un atteggiamento culturale che esprima «un radicamento profondo alla terra e alle specificità del luogo in cui si origina, ma anche un sentimento di solidarietà per tutto il genere umano, una coscienza universale». Qualcuno potrebbe osservare che, nella pratica, si tratta di obiettivi opposti, perché l'ancoraggio alla specificità contraddice il richiamo alla solidarietà universale. Come risponderebbe a questa obiezione? Risponderei che è molto semplice, direi inevitabile, conciliare le due dimensioni: abitiamo tutti su un unico pianeta, e questo significa che la «terra» è la stessa, ma allo stesso tempo ognuno proviene da un luogo particolare, da un «terreno» specifico. È un'eredità della filosofia riduzionista l'idea che si diano opposizioni del tipo «questo oppure quello». Per quanto mi riguarda, la mia formazione nella teoria dei quanti, che esclude l'idea che ci siano elementi incompatibili e reciprocamente alternativi in favore di una concezione basato sulla congiunzione «e», mi porta a credere di poter disporre di un'identità profondamente locale, radicata nella valle dell'Himalaya dove sono nata e cresciuta, e insieme completamente planetaria, e che queste due forme di identità si tengano insieme senza contraddizioni. Anche i recenti attentati terroristici di Mumbai sono frutto dell'erosione delle forme di identità multiple a cui mi riferisco. Coloro che sono vulnerabili e «disponibili» a essere arruolati, pagati o sfruttati dagli estremisti di turno per compiere azioni di terrorismo sono quelli che sono stati allontanati a forza dalla loro terra, che sono stati resi superflui ed «eccedenti» rispetto alle proprie società; oppure quelli che vengono mobilitati e reclutati attraverso la costruzione fittizia di identità che si escludono a vicenda sulla base dell'opposizione «o questo o quello». In realtà, non si dà mai solo «o questo o quello», ma sempre un «questo e quello»: riusciremo a svincolarci dall'eredità delle identità incompatibili solo coltivando la nostra responsabilità verso il luogo particolare da cui proveniamo e insieme la consapevolezza che siamo parte di un'umanità comune, che condivide lo stesso pianeta.
Da Il Manifesto

martedì 27 gennaio 2009

LA SALVEZZA DELLA DONNA PUO’ ESSERE UN TRANSESSUALE ?

di STEFY S.V.
Ho sempre pensato che il futuro di dignità e rispetto per la donna passi attraverso il cambiamento dell’uomo.
E’ logico. Il bello è che questo lo pensano più o meno tutti, ma come deve avvenire? Tutti pensano ad un cambiamento teorico che possa diventare anche pratico, così, da solo, un cambiamento di costume, di atteggiamenti verso le idee e le cose. Si ma come si può pensare che l’andatura in strada, o il gorgheggio delle risate possa non essere più motivo di scherno o marchio distintivo di condizione sociale,come può il maschio, questo sconosciuto (perché in fondo nessuno parla di un universo maschile da esplorare ) pensare che sia normale o comunque segno di efficienza e intelligenza ondeggiare mentre si cammina o gorgheggiare mentre si ride? Lo potrebbe solo se lo facesse. E’ ovvio. Ma guarda caso i pochi maschi che lo fanno vengono intimiditi e derisi , isolati da tutti , maschi e femmine, uomini e donne,chi perché li vede come un insulto al proprio status sociale e un tradimento del ruolo da essi ritenuto il migliore, chi perché li vede come pericolosi competitori,antagonisti nell’apparire e nel mostrarsi, rapitori possibili comunque di probabili (o improbabili!) fidanzati. A nessuno salta in testa l’evidenza. Per gli uomini questi strani maschi che si dichiarano transessuali sono o un divertimento o un salvataggio da un ruolo impreciso e instabile , ma non un esempio di integrazione, e per le donne o una curiosità o un ‘amicizia speciale, non uno spiraglio nella loro emancipazione attraverso il cambiamento dei loro compagni da esse tanto agognato. Eppure io penso da sempre che , se con attenzione e senza pregiudizi o coinvolgimenti personali, si osserverà più da vicino il fenomeno del transessualismo che scuote l’ancora sconosciuto universo maschile, la donna ci vedrà una vera e concreta opportunità, anzi l’unica vera concreta opportunità per farsi largo con rispetto nel mondo maschile, facendo riscoprire all’uomo le sue debolezze nascoste o represse, ridandogli una vera libertà di vita e decollando alfine verso un comune orizzonte di fratellanza che travalichi il pregiudizio e l’iniquità, causa da sempre di ogni male e sofferenza nel genere umano.

venerdì 23 gennaio 2009

PETIZIONE DE L'UNITA': "Eluana è anche nostra figlia"

Ossigeno ha aderito alla petizione dell'Unità per il diritto di Eluana a vedere esaudita la sua volontà: diritto che pur essendo stato riconosciuto con sentenza definitiva ed esecutiva non può essere esercitato. Inutile definirsi un paese civile quando i diritti anche se riconosciuti non possono essere esercitati, restando lettera morta e promesse non mantenute!
Ci troviamo di fronte a continue intimidazioni ed influenze esterne allo Stato che impediscono che la sentenza trovi esecuzione e che Eluana ed i suoi genitori trovino pace e giustizia. Ancora una volta ci si trova davanti ad una circostanza in cui il fondamentale principio di Laicità dello Stato è dimenticato, nascosto e sepolto!! Ma uno Stato che non permette l'esercizio di un diritto, che dimentica uno dei fondamentali principi costituzionali che lo costituiscono, è uno Stato democratico? E' uno Stato Civile?
Aderite numerosi alla petizione de L'Unità (cliccare sul titolo del post) : "Eluana è anche nostra figlia. Ci rivolgiamo attraverso questo appello alle massime istituzioni della Repubblica perché ciascuna per la sua parte si impegni a far rispettare una sentenza definitiva ed esecutiva. Perché in Italia il diritto abbia la meglio sui ricatti, le intimidazioni, l'oscurantismo di chi non tiene conto della tragedia di una famiglia, simbolo di altre migliaia di persone che si trovano nella medesima situazione.Eluana è anche nostra figlia." (Pima firmataria Franca Rame, fino ad ora sono state raccolte più di mille adesioni)
Per aderire inviate il vostro nome, cognome e città via mail a petizione@unita.it.

martedì 20 gennaio 2009

DIAMO OSSIGENO ALLE IDEE

Con la Posta di Hermes speriamo di lanciare un servizio utile per tutti coloro che desiderano dare voce alle proprie idee, suggerirci ed aiutarci a realizzare interventi utili alla comunità, raccontare la loro storia o anche soltanto mettersi in contatto con noi.
Speriamo che siate in molti,
speriamo che la nostra iniziativa vi coinvolga.
aspettiamo con ansia "la posta"!!

lunedì 12 gennaio 2009

L’OSTILITA’ DIVENTA LEGALITA’

di Stefy S.V.
Dopo le proposte di legge che mirano a vietare la prostituzione, tolta la quale sembrerebbe tolto dal mondo ogni male, si sono lette sui giornali notizie riguardo alle iniziative di due sindaci, uno di Ravenna del Partito Democratico ed una più consona alla persona essendo un sindaco della Lega Nord. La prima:armato di fotocamera il sindaco di Ravenna ha l’estate scorsa “battuto” i lidi della sua città per fotografare i transessuali, proprio così, soltanto i transessuali! ritenendo così di scoraggiare la loro presunta prostituzione, come se bastasse andare in giro per essere puniti. E che colpa ne ha il povero transessuale se egli figura tra i bisogni primari di qualcuno o comunque è nelle fantasie degli uomini dei quali domina la mente? Interpellato comunque sulla legalità della sua iniziativa il sindaco suddetto ha risposto che tali foto resteranno nel cassetto della sua scrivania (proprio così ha detto) per un eventuale futuro utilizzo. E quale? Veniamo alla seconda: a Verona si prepara un’ordinanza ideata dal sindaco leghista in cui si istiga il vicino di casa a segnalare un’eventuale attività di prostituzione. E come fa a saperlo il vicino di casa? Non lo sa, basta che lo pensi e che chiami la polizia! Semplice no? Del resto mi ricordo che da quelle parti un altro esponente politico della Lega Nord aveva pensato di poter eliminare l’omosessualità castrando tutti gli omosessuali come se essi non nascessero tutti in famiglie eterosessuali ma per partenogenesi. Santo cielo, ma siamo davvero nel terzo millennio? Ma prima o dopo Cristo? Mi sembra di essere salito su una macchina del tempo e di essere tornato all’era nazista , quando i vicini di casa dovevano segnalare la presenza di ebrei alle S.S. Anche di essi si diceva che la loro presenza e le loro azioni disturbavano ed erano ripugnanti. E come farà , in un mondo maschilista dove è un plusvalore essere maschi, dove anche la poliziotta è chiamata poliziotto, al maschile e così l’avvocata avvocato, la vigile il vigile e via dicendo, come farà in questo contesto sociale un transessuale, più di altri visibile, a ricevere amici a casa sua , andare a spasso o solo sedersi in una panchina o anche aspettare un amico davanti a un bar senza essere sospettato immediatamente di adescamento e quindi prontamente identificato e allontanato,come già accade? Mi domando se lo scopo di queste comunque criticabili iniziative, è voler combattere la prostituzione o invece perseguire l’esclusione sociale di coloro che non ci sono graditi. Tutti avremmo qualcuno che non ci piace da allontanare, ma non sapevo che si potesse rendere questa ostilità legale. Si è detto più volte che l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa in tante cose, ma io tristemente penso che non abbiamo forse neppure più una luce da accendere, nemmeno quella di un fanalino.

giovedì 8 gennaio 2009

L'associazione Ossigeno Onlus ha aderito all'appello della Tavola della Pace: Fermare la guerra a Gaza non è un obiettivo impossibile.

APPELLO:
Fermare la guerra a Gaza non è un obiettivo impossibile. Dobbiamo fare la nostra scelta. Complici della guerra o costruttori di pace?
Quanti bambini, quante donne, quanti innocenti dovranno essere ancora uccisi prima che qualcuno decida di intervenire e di fermare questo massacro? Quanti morti ci dovranno essere ancora prima che qualcuno abbia il coraggio di dire basta?
Vergogna! Quanto sta accadendo è vergognoso. Vergognoso è il silenzio dell’Italia e del mondo. Vergognosa è l’inazione dei governi europei e del resto del mondo che dovevano impedire questa escalation. Vergognoso è il veto con cui gli Stati Uniti ancora una volta stanno paralizzando le Nazioni Unite. Vergogna!
Niente può giustificare un bagno di sangue. Nessuna teoria dell’autodifesa può farlo. Nessuno può rivendicare il diritto di compiere una simile strage di bambini, giovani, donne e anziani senza subire la condanna della comunità internazionale. Nessuno può arrogarsi il diritto di infliggere una simile punizione collettiva ad un milione e mezzo di persone. Nessuno può permettersi di violare impunemente la Carta delle Nazioni Unite, la legalità e il diritto internazionale dei diritti umani.
Tutto questo è inaccettabile. Inaccettabile è il lancio dei missili di Hamas contro Israele. Inaccettabile è la guerra scatenata da Israele contro Gaza. Inaccettabile è l’assedio israeliano della Striscia di Gaza. Inaccettabile è la continuazione dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Inaccettabili sono le minacce di distruzione dello Stato di Israele. Inaccettabili sono le violenze, le umiliazioni e le immense sofferenze quotidiane inflitte ai palestinesi e la costante violazione dei fondamentali diritti umani. Inaccettabile è il nuovo muro costruito sulla terra palestinese. Inaccettabile è il silenzio e l’inazione irresponsabile dell’Onu, dell’Europa e dell’Italia.
La continuazione di questo dramma è una tragedia per tutti. La più lunga della storia moderna. Nessuno può chiamarsi fuori. Siamo tutti coinvolti. Tutti corresponsabili. Questa guerra non sta uccidendo solo centinaia di persone ma anche le nostre coscienze e la nostra umanità. Il nostro silenzio corrode la nostra dignità.
Complici della guerra o costruttori di pace? Dobbiamo fare la nostra scelta. Altre opzioni non ci sono.
Di fronte a queste atrocità, dobbiamo innanzitutto cambiare il modo di pensare. Non ha alcun senso schierarsi con gli uni contro gli altri. Occorre trovare il modo per aiutare gli uni e gli altri ad uscire dalla terrificante spirale di violenza che li sta brutalizzando. Anche la teoria dell’equidistanza è insensata perché nega la verità e falsa la realtà. La vicinanza a tutte le vittime è il modo più giusto di cominciare a costruire la pace in tempo di guerra.
Dobbiamo uscire dalla cultura della guerra. E’ vecchia e fallimentare. Nessuna guerra ha mai messo fine alle guerre. La guerra può raggiungere temporaneamente alcuni obiettivi ma finisce per creare problemi più grandi di quelli che pretende di risolvere. Non c’è nessuna possibilità di risolvere i problemi dei palestinesi, di Israele e del Medio Oriente attraverso l’uso della forza. La via della guerra è stata provata per sessant’anni senza successo. Anche il buon senso suggerisce di tentare una strada completamente nuova.
Dobbiamo pensare e realizzare il Terzo. Non sarà possibile risolvere la questione palestinese o mettere fine alle guerre del Medio Oriente senza l’intervento di un Terzo al di sopra delle parti. Oggi questo Terzo purtroppo non esiste. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu è ancora paralizzato dal veto degli Stati Uniti. I governi europei sono divisi e incapaci di sviluppare una politica estera comune. Ma questa realtà non è immutabile. Esserne consapevoli deve spingerci a lavorare con ancora maggiore determinazione per pensare e realizzare il Terzo di cui abbiamo urgente bisogno.
Fermare la guerra non è un obiettivo impossibile. Le Nazioni Unite devono cambiare, imporre l’immediato cessate il fuoco, soccorrere e proteggere la popolazione intrappolata nella Striscia di Gaza. L’Europa deve agire con decisione e coerenza per fermare questa inutile strage e ridare finalmente la parola ad una politica nuova. Non può permettersi di sostenere una delle due parti. Deve avere un autentico ruolo conciliatore.
La guerra deve essere fermata ora. Non c’è più tempo per la vecchia politica, per la retorica, per gli appelli vuoti e inconcludenti. E’ venuto il tempo di un impegno forte, autorevole e coraggioso dell’Italia, della comunità internazionale e di tutti i costruttori di pace per mettere definitivamente fine a questa e a tutte le altre guerre del Medio Oriente. Senza dimenticare il resto del mondo. Per questo, dobbiamo fare la nostra scelta.
Giovani, donne, uomini, gruppi, associazioni, sindacati, enti locali, media, scuole, parrocchie, chiese, forze politiche: “a ciascuno di fare qualcosa!“
Perugia, 6 gennaio 2009
Tavola della Pace, Coordinamento Nazionale Enti Locali per la pace e i diritti umani, Acli, Agesci, Arci, Articolo 21, Cgil, Pax Christi, Libera - Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie, Legambiente, Associazione delle Ong italiane, Beati i Costruttori di pace, Emmaus Italia, CNCA, Gruppo Abele, Cipsi, Banca Etica, Volontari nel Mondo Focsiv, Centro per la pace Forlì/Cesena, Lega per i diritti e la liberazione dei popoli (prime adesioni, 6 gennaio 2009)
Le adesioni vanno indirizzate alla Tavola della pace via della viola, 1 (06100) Perugia 075.5736890 – Fax 075.5739337 segreteria@perlapace.it - http://www.perlapace.it/
Per questo vi invitiamo ad aderire e partecipare alla manifestazione nazionale che si terrà sabato 17 gennaio ad Assisi con inizio alle ore 10.00.

Lettori fissi